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UNA TRIPLICE CINTA NEL MAUSOLEO DI CAIO MARIO

Le numerose tombe, isolate ed organizzate, testimoniano l’intensità della popolazione nell’età tardo-repubblicana ed imperiale nel territorio di Roma. Le tombe rinvenute sono state realizzate con tecniche e stili diversi che rispecchiavano lo status del defunto e si collocavano essenzialmente lungo gli assi stradali principali, l’Appia Antica è la consolare che ha mantenuto meglio delle altre queste caratteristiche.

Sulla via Salaria, subito dopo Ponte Salario, si erge un mausoleo databile al I sec. a.C. erroneamente attribuito a Caio Mario citato da fonti letterarie sulla Salaria e profanato da Silla suo avversario che ordinò di gettare le ceneri nel vicino fiume Aniene. Il mausoleo del tipo a torre a pianta rettangolare, realizzato in tufo, era rivestito all’esterno con blocchi di travertino e l’interno, di cui resta ben poco della fase romana, aveva la pianta a croce greca. Nel corso del tempo ha subito numerose spoliazioni, soprattutto nel periodo compreso tra il 1597 e il 1598, per il restauro della Basilica di S. Giovanni in Laterano e oggi si conserva solo il nucleo cementizio ed alcune porzioni del suo rivestimento originario in opera quadrata realizzata con blocchi di travertino.

La struttura, trasformata secondo lo storico latino Procopio in torre di guardia ne 537 d.C. (denominata Torre del Caricatore), è alta 22 metri ed ha le finestre su quattro piani. Come testimonia la rappresentazione del Catasto Alessandrino del XVII sec., la copertura doveva essere costituita in origine da una struttura con volta a botte arricchita da merli. Nel 1396 è ricordata in un atto di vendita di un nobile romano (Buzio Ranieri di Cola) del rione Colonna e nel 1539 divenne proprietà della famiglia Crescenzi. Indagini più recenti hanno constatato che i terreni del sito sarebbero stati di proprietà del Monastero di S. Silvestro di Capite e successivamente dell’Ospedale di S.Giacomo degli Incurabili. Alcune rappresentazioni iconografiche del XVII sec. attestano che alla torre fu addossato un casale che ha conservato a lungo la funzione di osteria. Lungo le strade maestre, alla confluenza con altre vie, erano presenti molte osterie di posta  utilizzate come locande, spaccio, cambio cavalli.

Nella seconda metà dell’Ottocento in prossimità della torre si teneva la festa degli Artisti organizzata dalla Società di Ponte Mollo, che riuniva gli artisti tedeschi residenti a Roma. La cerimonia in origine si concludeva alle antiche cave di Tor Cervara, divenute con il tempo impraticabili. Un singolare corteo mascherato partiva da Porta Maggiore per giungere in prossimità di Ponte Salario dove, dopo il banchetto, i partecipanti si lanciavano in giochi e sfide dette olimpiadi. La festa, che apriva la stagione primaverile, per le numerose bizzarrie, fu vietata per alcuni anni dal governo papale.

Un tempo isolata nel paesaggio della campagna romana, oggi la torre è un rinomato ristorante dove un sapiente restauro è riuscito a mantenere il fascino di un tempo ormai perduto. Proprio all’interno del ristorante, nel passaggio creato alla base del mausoleo, è visibile ad un occhio esperto una Triplice Cinta, incisa su un muro verticale.

Oltre ad essere uno dei tanti misteri medievali, sappiamo che era un gioco in uso tra il popolo, conosciuto sia al tempo dei Romani che in epoca medievale e continui studi cercano di spiegare il significato allegorico e in che modo si riuscisse a giocare quando i segni venivano tracciati su muri verticali. Poiché questo simbolo è presente frequentemente lungo i percorsi di pellegrinaggio, non si esclude che questo gioco potesse essere un segno di riconoscimento.

La maggior parte dei luoghi della Triplice Cinta censiti sono chiese medievali con conseguente deduzione nell’interpretazione del simbolo come un messaggio rivolto al pellegrino nel suo percorso spirituale interiore. Ora per la prima volta ci troviamo questo simbolo tracciato in un sepolcro così proviamo a formulare un’altra ipotesi di studio ovvero che la collocazione nelle tombe poteva rappresentare un simbolo magico occulto di un culto pagano primordiale, simbolo di protezione e di via iniziatica dell’uomo verso la divinità. Quindi rappresentazione di una verità pre-cristiana, inaccessibile al mondo profano, simbolo di resurrezione e di trascendenza dove ogni quadrato raffigurava il percorso dalla vita alle tenebre.

 


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